Hell’s Angels Ghetto

padova-perugia 84-85

Lo striscione “Hell’s Angels Ghetto” fece la comparsa per la prima volta in occasione di Padova-Parma nel maggio 1983, anche se la data di nascita ufficiale è sempre stata indicata come 1982. Sono stati senza dubbio il gruppo più rappresentativo nella storia degli ultras biancoscudati, e dietro il loro striscione si riconosceva un’intera tifoseria. Si sciolsero nel 1994, in seguito alla repressione subita per i gravi incidenti occorsi nel derby contro il Vicenza, intraprendendo una forma di tifo “all’inglese”. Nella stagione 1997/98 ci fu un tentativo di “rifondazione” del gruppo, che però non andò a buon fine.

Anno di fondazione: 1982
Stadio: Appiani
Settore: Curva Nord
Fanzine: L’Urlo della Nord
Gemellaggi: Bologna (fino al 1992), Palermo
Anno di scioglimento: 1994

Storia
Testo ripreso dal libro “Il Padova siamo noi – trent’anni di tifo, baldoria e grane”

Il campionato 1983/84 segnò l’inizio della decennale avventura degli HAG e sarà ri­cordato come uno dei più “divertenti” della storia del tifo padovano. A dire il vero gli ultras dovevano continuare ad es­sere identificati come “Leoni della Nord”, ma alcuni ragazzi del Ghetto, durante un soggiorno a Londra, si procurarono delle spille in me­tallo con sopra un teschio alato e la scritta “hell’s angels”. Le spille ebbero un note­vole successo e poco dopo, pur non essendoci alcun “biker” in curva, iniziarono a comparire anche dei giubbini in jeans con ricamati sulla schiena la scritta e il teschio. Da qui alla com­parsa dello striscione in balaustra il passo fu breve, al nome Hell’s Angels venne af­fiancato il termine Ghetto, in quanto i ragazzi volevano rimarcare l’appartenenza del gruppo alla zona di Padova dove molti degli ultras vivevano e dove si trovavano i bar frequentati dai curvaioli e, anche se lo striscione “Leoni della Nord” venne usato an­cora per diversi anni, gli ultras vennero identificati sempre più con la sigla HAG.
Quelli erano gli anni del bar di via dell’arco e successivamente del bar Belzoni, dove il buon vecchio Walter era chiamato a fare da babysitter agli allegri giovanotti del calcio, mentre nella vicina osteria “Ale vecie” e al bar Concordi si ritrovavano gli skinheads fedeli alla linea nichilista dei Nabat, con i loro bomber verdi e la coppola calata sugli occhi. Quelli erano anche gli anni in cui Prato della Valle iniziò a diven­tare un campo mi­nato per diverse tifose­rie, vi­sto che di solito era li che venivano par­cheg­giati i pulman o­spiti. Gli ultras erano cre­sciuti di nu­mero ed affronta­rono la nuova av­ventura pieni di en­tu­siasmo, i risultati non tardarono ad ar­ri­vare e nei due anni di serie B gli HAG si fecero un nome. Ci furono scontri quasi ad ogni partita e anche in trasferta la pre­senza fu costante e de­terminata, soprattutto nei derby con la Triestina, molte rivalità diven­tate sto­riche germogliarono proprio in quegli anni, come quelle con Cesena, Parma, Empoli e Pisa. Il 1984 fu anche l’anno del ge­mellaggio col Bolo­gna, in chiave antivi­centina, mentre si stabilirono rapporti amiche­voli con i tifosi del Campobasso.
Il biennio d’oro del tifo padovano finì nel peggiore dei modi: con una pugnalata alla schiena. Nell’ultima giornata di campionato il Padova si giocò la salvezza nella tra­sferta di Taranto, dove vinse davanti a più di ottocento tifosi biancoscudati giunti con un treno speciale e un pulman. I supporters rimasti in città festeggiarono  nelle piazze con cori e cortei improvvisati fino a tarda ora, ma solo due giorni dopo l’ufficio in­chieste della Federcalcio apri un’indagine sulla partita e dopo un paio di settimane il Padova si ritrovò in serie C e senza dirigenza.

La retrocessione a tavolino dell’85 e la chiusura della curva nord, oramai inagibile, avevano dato un duro colpo ai vecchi Hell’s Angels. Ma il problema più grosso per la Ghetto Band non era tanto l’andamento alterno del Padova, o le poche decine di per­sone che avevano mandato giù l’enorme presa per il culo di Taranto e continuavano a presentarsi in gradinata. La vera mazzata arrivò col diffondersi quasi incontrollato della brown sugar, ovvero l’eroina da sniffo, che ben presto dal naso si trasferì alle vene. Ben pochi rinunciarono al nuovo “gioco” e le conseguenze sono immaginabili: apatia, liti, i soldi della ben misera cassa che sparivano nel nulla e la quasi completa cessazione dell’attività. Quelli che rimasero immuni al flagello presero le distanze, di­sgustati dalla piega che avevano preso gli eventi. Nelle ultime partite del campionato 85/86 in gradinata c’erano si e no trenta-quaranta persone.
Fortunatamente già da qualche tempo gli ultras più giovani avevano iniziato a trovarsi in piazza Cavour. La presenza di un fast food aveva fatto diventare la piazza un punto di ritrovo tra i più frequentati in città, inoltre la zona era nota per essere dominio quasi incontrastato della destra padovana. Il fatto che diversi simpatizzanti dell’allora Fronte della Gioventù andassero regolarmente allo stadio creò in piazza una perico­losa commistione di casinisti professionali: lo zoccolo duro della Nuova Guardia.
La Nuova guardia per un certo periodo rimase un informe embrione, un’ epidemia latente che ben presto sarebbe esplosa in tutta la sua virulenza. In gradinata alcuni dei più “dritti” tra gli ultras della vecchia generazione, e i pochi che veramente avevano ancora a cuore la curva, mantenevano ancora il controllo. C’era ancora qualcuno che tentava di organizzare le trasferte (memorabile quella di La Spezia!) e di creare entu­siasmo e partecipazione, ma il periodo d’oro dei vecchi HAG era ormai finito, spaz­zato via dall’eroina e dalla delusione.
Alcuni dei ragazzi di piazza Cavour cominciarono a prendere parte sempre più attiva alla vita del gruppo e, quando c’era da piantare una grana, erano sempre in prima fila. Un pò alla volta la posizione della piazza all’interno della curva andò consoli­dandosi e anche in città si cominciò a parlare sempre di più di quella zona del centro, che an­dava da piazza Garibaldi all’università, in cui c’era il serio rischio di trovarsi coin­volti in una rissa a qualsiasi ora del giorno. Infatti, oltre ai ragazzi interessati alla po­litica e allo stadio, in piazza cominciarono ad arrivare piantagrane da tutta Padova, attirati dalla possibilità di menare le mani a cadenza regolare. Alcune delle più dura­ture amicizie nacquero in seguito a furibonde scazzottate e molti, dopo essere passati per la piazza, vennero coinvolti nel gruppo che andava allo stadio e divennero tra i più accaniti sostenitori del Padova e della curva.
Nel  campionato 86/87 la squadra faceva faville e la gradinata tornò a riempirsi. An­che la piazza brulicava di attività e di idee tanto che, all’inizio del girone di ritorno, si cominciò a par­lare seriamente di un nuovo gruppo con tanto di stri­scione e altro mate­riale.
La presenza della Nuova Guardia in trasferta di­venne massiccia e determi­nante e in casa era la gente della piazza a creare i problemi più grossi agli ometti blu. In molti casi ai ragazzi di piazza Cavour si unirono altre bande dei vari quartieri: Santis­sima Trinità, Arcella, Mortise, Guizza e, novità assoluta, anche ragazzi della provin­cia.
A questo punto è opportuno fare delle precisazioni. Come già detto piazza Cavour era un ritrovo storico della destra padovana, e dire che questo non si riper­cuoteva  sulla Nuo­va Guar­dia sarebbe ipo­crita. Nonostante tutto la poli­tica venne tenuta lontano dalle at­tività della curva e nel grup­po c’era gente di tutti i tipi, la co­sa importante era essere per il Padova e saper me­nare.
Questo modus vivendi durò, salvo rare eccezzioni, fino agli ultimi anni dell’Appiani.
Mano a mano che i biancoscudati si avvicinavano al traguardo della promozione l’entusiasmo cresceva. La sinergia tra i giovani e la parte sana della Ghetto Band stava dando i suoi frutti velenosi, i tempi erano maturi. La settimana prima dell’ultima di campionato alcuni vo­lenterosi si trovarono a casa di uno dei golden boy della piazza e, in un pome­riggio, nacque il bandierone della Nuova Guardia, il cui simbolo era uno Snoopy con casco e randello. La do­menica successiva il Padova fe­steggiò la promozione e i ragazzi della piazza presero posto, per la prima volta, sulla transenna della nuova curva in legno, costruita durante il campionato, a destra dei vecchi Hell’s Angels. Chi si ricorda quei tempi sa cosa significava un posto in tran­senna, per i ra­gazzi della piazza era un ambito tra­guardo, ma anche un punto di par­tenza.
L’anno successivo i vecchi ultras del Ghetto passarono definitivamente le consegne e, pur continuando a seguire da vicino l’operato della nuova guardia, consegnarono le chiavi del regno.

I primi anni ’90 coincisero con il periodo di massimo splendore degli Hag nuova ge­stione, il Calcio Padova lottava ad ogni campionato per la promozione e la curva era costantemente piena, le trasferte erano seguite da centinaia di persone, che supplivano alla quasi totale cessazione dell’attività dei club ufficiali. Inoltre i ragazzi iniziarono ad essere presenti anche nei campi del sud, le prime trasferte dei nuovi Hag “sotto l’equatore” furono quelle di Cosenza e Avellino, dove la squadra venne seguita da due pulman di professionisti. Quel periodo è da ricordare anche come quello delle “visite a sor­presa”, infatti, per aggirare i controlli della polizia, lo zoccolo duro della curva iniziò a viaggiare in incognito su treni di linea e ad orari completamente sbal­lati, in questo modo era possibile arrivare al contatto con gli avversari senza troppi problemi.
L’Appiani e i suoi dintorni tornarono ad essere la Fossa dei leoni, il tifo era a mille,  terne arbitrali e giocatori avversari venivano immancabilmente brutalizzati ad ogni gara. In quegli anni il Padova fu costretto a pagare decine di milioni in multe, il campo venne più volte diffidato, il top venne raggiunto nel campionato 1993/94 con una giornata di squalifica e complessivamente 150 milioni in multe.
Per i tifosi ospiti il percorso dalla stazione e dai parcheggi allo stadio divenne una via crucis, dove da ogni vicolo potevano uscire un tot di mazzieri pronti a far pagare un duro pedaggio, Prato dell valle tornò ad essere il campo di battaglia dei primi anni ’80. Anche le cosiddette forze dell’ordine entrarono stabilmente nel mirino della teppa biancoscudata, quasi ad ogni fine partita veniva dato l’assalto ai reparti posti a guardia della sud, quando poi la celere veniva messa di fianco alla nord i ragazzi la prendevano come una vera e propria provocazione. Nel giro di un paio di anni la que­stura decise di non disporre più i suoi uomini all’interno della gradinata, limitandosi a controllare la situazione dall’esterno e dal campo.
In occasioni delle partite più importanti vennero organizzate coreografie spettacolari, anche se i tifosi padovani preferiscono da sempre il sostegno vocale a quello visivo. Le migliaia di bandiere di tutte le misure che sventolavano all’inizio di Padova-Ascoli del ’93 sono ancora oggi nella memoria di tutti quelli che erano presenti, per non parlare del tesissimo Padova-Barletta finito 4 a 3 con il risultato sempre in bilico fino al 90’. Da ricordare anche le invasioni a Lucca, Cremona e Vicenza e il derby del ’94 contro i berici all’Appiani, quest’ultimo segnò un traumatizzante spartiacque nella storia del tifo padovano.

Il 26 marzo del 1994 gli HAG raggiunsero l’apice della loro storia, trasformando l’Appiani e le strade limitrofe in un girone dantesco, calando la città nella tensione e nel caos. Ma quel giorno gli Hell’s Angels posero anche la firma sulla loro con­danna a morte. La repressione che seguì il derby ebbe le caratteristiche dell’epurazione: tre ragazzi passarono venti giorni in cella con accuse gravissime, numerosi altri vennero denunciati per reati che comprendevano anche la fabbrica­zione e l’uso di ordigni esplosivi e quasi cento persone vennero diffidate.
La repressione odierna ha raggiunto livelli da stato di polizia e le cosidette forze dell’ordine, degnamente supportate dalla magistratura, hanno fatto anche di peggio in giro per l’Italia, ma dobbiamo tenere conto che, all’epoca, la situazione era ben di­versa. A Padova venivano effettuati raramente degli arresti e ogni volta i fermati ve­nivano rilasciati il giorno seguente, dopo un passaggio dal pretore. Le diffide non erano distribuite a pioggia come oggi e, quasi sempre, rispondevano a episodi real­mente accaduti, inoltre le accuse erano sempre le stesse: danneggiamento, rissa, resi­stenza, lesioni, lancio di oggetti e altri atteggiamenti dettati dall’esuberanza giovanile. Incendio doloso, lesioni pluriaggravate, fabbricazione di esplosivi e devastazione erano tutt’altro sport. Come se non bastasse ci si misero anche i giornalai locali, con foto in prima pagina dei fermati e commenti che equivalevano alla morte sociale di un individuo.
La pressione fu troppo grande e si decise per un atto eclatante: lo scioglimento degli Hag. Effettivamente, almeno all’inizio, si trattò di uno scioglimento posticcio , infatti i superstiti continuarono a recarsi allo stadio e a fare quello che avevano sempre fatto, con un pò più di attenzione… ma neanche troppa. Non ci si rese conto subito che qualcosa si era definitivamente rotto, infatti a superare il momento critico fu solo lo zoccolo duro, quello che in futuro avrebbe affrontato veri e propri olocausti giudiziari per la curva. Molti ragazzi, abituati a passare domeniche di follia collettiva, sparirono nel nulla, gente che viveva per il Padova e soprattutto per la curva decise di mollare. Il trasferimento dal Tempio dell’Appiani al freddo e squallido Euganeo fece il resto.
Ognuno ha elaborato e metabolizzato questo scioglimento a modo proprio, ancora oggi ci sono degli irriducibili sulla soglia dei quarant’anni che vedrebbero il ritorno degli HAG come una manna per la curva, un ritorno alla purezza perduta. I più gio­vani conoscono gli HAG come una leg­genda metropolitana e parlano dell’Appiani come se si trat­tasse del ca­stello di King Ar­thur. Altri ancora sono coscienti del fatto che il pas­sato, co­me i propri venti anni, non può tor­nare.
Da parte mia, il giorno in cui so­no en­tra­to in curva e non ho più visto lo stri­scione, mi so­no sentito diviso a metà, da una parte il mio spirito an­glofilo vedeva la cosa come un passo avanti verso il modello inglese, dall’altra è stato come se mi avessero strap­pato un pezzo di cuore. Infatti la mia giovinezza è stata vissuta nel segno della curva e la curva erano gli Hell’s Angels Ghetto.  Tutto quello che facevo, dicevo e pensavo non poteva prescin­dere dal mio essere parte della Nord, le scelte destinate a condizio­nare la mia vita vennero fatte tenendo conto di essere un ultras, uno del Ghetto. Ci misi un pò a rea­lizzare la portata dei due eventi: la fine quasi contemporanea degli HAG e dell’Appiani. Me ne resi conto quando mi accorsi che non mi importava più nulla di andare alla partita, un rito che fino a qualche mese prima era un appunta­mento irri­nunciabile ora era ridotto ad una noiosa abitudine.
Molti ragazzi, tra cui il sottoscritto, iniziarono a disertare quell’orrendo impianto, preferendo tenere un buon ricordo di quello che significava seguire il Padova all’Appiani. La maggior parte di essi trovò un modo migliore di passare le domeniche e non si fece più vedere. Alcuni, come me, vennero a patti con l’assurdo stadio in cui siamo tuttora costretti e tornarono a seguire sporadicamente la squadra, soprattutto in trasferta. Quando ripresi a frequentare le gradinate mi resi conto di conoscere solo il dieci per cento delle persone che erano in curva, ero praticamente circondato da estranei.
Nel ’97 gli HAG vennero ricostituiti nel vano tentativo di ricreare qualcosa che non esisteva più, naturalmente l’esperimento durò lo spazio di un paio di partite prima di abortire. Il loro tempo era finito.

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