TRIBUTO A CAJO

Per molti “Cajo Ghetto”, per altri “Cajo Ultras”, per gli amici Cajo e basta. Quelli che lo conoscevano sanno bene chi era, per quelli che lo conoscevano di striscio ci vorrebbe un libro per spiegare la persona. Io mi limiterò all’essenziale.

Cajo era uno di quegli uomini che avevano sbagliato epoca, il suo posto non era la Padova borghese degli anni ’80, ma un campo di battaglia medievale, a sventolare la mazza ferrata sopra le teste dei nemici di turno, per poi concludere la giornata con una robusta seduta a base di idromele.

Era uno che da solo poteva cambiare le sorti di uno scontro e quando si muoveva era come un panzer tigre, una inarrestabile macchina da guerra. Non l’ho mai visto restare giù. Non è rimasto giù quando è finito in mezzo ai vicentini, in una rocambolesca trasferta dei primi anni ’80 (sto parlando dei vicentini veri, non delle parodie attuali). Non ci è rimasto quando si è beccato un cubetto di porfido in testa dopo una famosa amichevole col Verona, clamoroso caso di fuoco amico. Non ci è rimasto nemmeno dopo che un plotone di celerini gli è letteralmente passato sopra nel sottopassaggio della stazione di Bologna, durante uno dei movimentati cambi di linea tipici di quei tempi. Nossignori, si rialzava, dava una ripulita al mitico giubbotto in jeans con le frange da cow boy (non fate quella faccia, stiamo pur sempre parlando degli anni’80) e via, di nuovo in pista.

Ma Cajo non era solo un guerriero scolpito nel granito, era anche un amico di quelli con la A maiuscola, uno con cui potevi farti della grasse risate cazzeggiando su tutto e tutti o raccontando vecchi aneddoti, magari durante una delle sarabande alcoliche che si innescavano quasi per caso in Ghetto o al bar Belzoni.

Poi la sua strada e quella della curva si sono divise, prima l’avventura nella Legione Straniera, poi la decisione di trasferirsi in Germania e “mettere la testa apposto”. Ma, siccome chi nasce tondo non muore quadrato, Cajo ogni tanto tornava per salutare i vecchi amici, conoscere i nuovi ultras e rivivere l’ebrezza di una trasferta con i “tellengel”. L’ultima volta che l’ho visto era nella partita di Belluno, in serie D. Il tempo gli aveva dato rughe e tolto capelli, ma non aveva intaccato il suo fisico statuario, dopotutto stiamo parlando di uno che ha fatto triathlon fino a 50 anni suonati. Non feci a tempo a scendere dall’auto che mi ritrovai con una birra in mano a brindare ai vecchi tempi.

Ora Cajo non c’è più, portato via da una malattia di merda. Quando l’ho saputo non ci volevo credere, Cajo il capo ultras, il legionario, la roccia, messo giù da un microscopico virus del cazzo. Ma alla fine la vita è questa, un viaggio in cui prendere il meglio da ogni situazione, perché prima o poi saremo chiamati a vedere cosa c’è dall’altra parte.

Il viaggio di Cajo è stato un continuo andare incontro al mondo a muso duro e bareta fraca’, lui è stato e sarà sempre un esempio per i ragazzi della curva.

Riccardo “Boldi” Lovato

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