Pablito e la fine di un’epoca

Dammi una lametta che mi taglio le vene!

Faceva caldo, quel luglio del 1982, come è normale che sia d’estate. Ma non era il caldo di oggi. Si respirava, e ci si metteva all’ombra nelle ore più calde; mentre oggi si suda anche stando fermi all’ombra. E di notte si aprivano le finestre, con le luci spente per non fare entrare le zanzare; mentre oggi le mutazioni genetiche di quelle stesse zanzare ti mangiano vivo anche di giorno. I condizionatori d’aria esistevano solo nelle ville di qualche miliardario; e mentre in Spagna si giocavano i mondiali, in Italia Donatella Rettore cantava “Dammi una lametta che mi taglio le vene!; che era un pò quello che pensavano tutti dopo le prime uscite della nazionale di Bearzot: tre pareggi contro Polonia, Perù e Camerun e girone passato “per il buco del culo”, come si dice da queste parti.
Con mio padre andavo spesso al Bar del mio paese, che a quei tempi tutti chiamavano “Da Capon”. Era il classico bar di paese del Veneto anni ’70-80: spunciotti, sala biliardo, adulti con l’ombra di rosso davanti che tiravano giù le carte da briscola con la stessa facilità con cui tiravano giù tutti i santi del paradiso, e videogiochi per i più piccini. Mio padre comprava le sigarette e scambiava due parole con gli avventori, io ne approfittavo per giocare qualche partita ai videogiochi. E tutti parlavano di calcio, e dei mondiali in fase di svolgimento, perchè allora quello sport appassionava molto gli italiani. E poi, diciamocelo, non eravamo ancora diventati dei merdosi radical chic che dicono di odiare il calcio solo perchè oggi va di moda odiarlo!
Dopo il girone eliminatorio, ed il conseguente inserimento nel raggruppamento di Argentina e Brasile, la folcloristica e bestemmiante clientela del Bar aveva sentenziato che saremmo andati a casa a calci nel culo. Ed in particolare qualcuno doveva aver chiuso la bocca in maniera non molto educata a mio padre, che non è mai stato appassionato di calcio, ma che malsopporta i boccaloni ed odia gli stronzi. E che per ripicca, ai gol di Tardelli e Cabrini contro l’Argentina si mise ad urlare come un ossesso, quasi a voler far sapere a tutti gli stronzi del mondo che aveva avuto ragione lui nel difendere ancora Bearzot! Del resto, il tecnico friulano era una persona perbene, nonostante insistesse a schierare quella mezza pippa di Paolo Rossi. Ma l’importante era aver vinto contro l’Albiceleste: ora col Brasile diventava decisiva!

La sfida della verità

Il 5 luglio 1982 era un lunedì, che normalmente è un giorno di merda. Io e papà dovevamo andare da mio nonno, a Cavarzere, per aiutarlo con dei lavori a casa. Una promessa fatta da mio papà, per me andare dai nonni era sempre uno spasso. Soprattutto quel giorno, che ci saremmo andati in corriera dal momento che la nostra unica macchina di famiglia (era normalissimo avere una macchina per famiglia e non due o tre, nei primi anni ’80!) era ferma dal meccanico. Ricordo che partimmo molto presto, e quando chiesi il perchè a mio papà la risposta fu: “Alle tre e mezza dobbiamo prendere la corriera per tornare perchè c’è la partita!”.
Andammo a prendere i biglietti per la corriera proprio al Bar, a quell’ora ancora deserto. Il titolare era ed è tuttora una persona a modo ed educata, per quanto nemmeno lui credesse troppo nell’impresa: “Mi so contento che ghemo vinto con l’Argentina, soprattuto par Bearzot che xe na persona seria! Ma col Brasie xe veramente dura… Ciò, me auguro che ea vaga ben, però i xe tanto forti!”; “Vedaremo… sea contemo doman!”, fu la risposta di mio papà, che invece ci credeva. Io avevo compiuto sei anni tre settimane prima, e sapevo vagamente cosa era il calcio, ma cominciai a pensare che Italia-Brasile di quel giorno sarebbe stato un evento storico, da non perdere. E me ne convinsi quando lessi sul Corriere della Sera il titolo “Italia, col Brasile è l’ora della verità!”: fu in quel momento che chiesi a mio padre di poter vedere la partita insieme a lui. Poi il ritorno con la corriera alle cinque meno dieci, la corsa fino a casa sotto il sole cocente, e la tv accesa mentre suonavano gli inni.
Ricordo Bruno Conti che sembrava lui il brasiliano in campo per i suoi dribbling ubriacanti, ricordo il Baffo Gentile che strappava la maglia a Zico, ed Antognoni dalla grandissima visione di gioco che si vide annullare un gol regolarissimo. Ma soprattutto i tre gol di Paolo Rossi. “Papà, ma non è quello che tutti dicono che è un brocco?”; “Si è proprio lui… questo per dirti quanto capisce la gente!”.
In Brasile, non hanno mai digerito quella sconfitta del 1982, un pò come noi non abbiamo mai digerito la semifinale contro l’Argentina nel 1990. Accusarono il portiere Valdir Peres, che in realtà era il meno colpevole di tutti e non aveva la benchè minima responsabilità su nessuno dei tre gol. Accusarono Gentile per il gioco duro, anche se andrebbe detto che rispetto a come trattò Maradona, con Zico fu quasi un agnellino. Ma la realtà è che quella Nazionale non l’avrebbe più fermata nessuno, fino al terzo titolo mondiale.

Italian ’80 style

La vittoria del Mondiale 1982 fu per l’Italia una gigantesca operazione di rilancio, non solo calcistico. Venivamo dagli anni ’70, dalla violenza politica, dalle piazze in fiamme. Avremmo a breve conosciuto l’eroina. Ma anche il benessere, lo scintillio dei soldi e delle luci, la Milano (e non solo) da bere. Ed ancora, la serie A che sarebbe diventata il più bel campionato del mondo; e l’ “Italian Style” che avrebbe invaso l’Europa ed il mondo nel campo della moda. Essere italiani, in quel periodo, era bello. Lo cantava perfino Toto Cutugno. E Paolo Rossi, anzi “paolorossi”, divenne un’icona dell’Italian Style. “Italiano? Paolorossi!”, ti dicevano un pò ovunque quando varcavi i confini nazionali.
Ma Paolo Rossi fino a poco tempo prima era una vergogna: esploso giovanissimo nel Vicenza, si guadagnò la convocazione per i mondiali del ’78 trascinando i magnagatti al secondo posto a suon di gol. In Argentina formò con Bettega una coppia d’attacco devastante, in quella che è ricordata come una delle nazionali più belle di tutti i tempi. Poi arrivò il trasferimento al Perugia, e lo scandalo del calcioscommesse nel 1980 che costò a Pablito (come era chiamato dopo il mundial in Argentina) due anni di squalifica. Fu uno scandalo di grande portata, il calcioscommesse del 1980, con club storici retrocessi a tavolino e giocatori arrestati a bordo campo al termine delle partite.
Quando Pablito nel 1982, appena rientrato dalla squalifica, venne convocato al posto del capocannoniere Pruzzo per il mondiale in Spagna, in tanti non avevano ancora dimenticato. E non gli perdonavano l’abulia delle prime partite. Ma i campioni si vedono in queste situazioni, e Pablito li mise a tacere con i fatti, come usa fare un campione: la tripletta al Brasile, la doppietta alla Polonia ed il gol in finale contro la Germania lo elessero nuovo eroe nazionale. E non avrebbe più abbandonato la Nazionale, nemmeno quattro anni dopo in Messico, quando ormai era sul viale del tramonto e segnava con il contagocce, ma per tutti era ancora un’icona dell’Italia Campione del Mondo 1982. Soprattutto per Bearzot, che sempre lo aveva difeso e mai l’avrebbe tradito.

L’epoca perfetta

Pertini, Bearzot, Paolo Rossi sono stati tre simboli del trionfo del 1982 e dell’Italia degli anni ’80. Tre simboli di un’epoca in cui era bello essere italiani. La dipartita di Pablito, che giunge 15 giorni dopo la morte di un altro simbolo di quegli anni come Diego Armando Maradona, segna la fine inesorabile di quell’epoca. “L’epoca perfetta”, per tutti noi nati intorno alla metà degli anni ’70.
La sua morte giunge in un periodo da incubo, che probabilmente mai avremmo pensato di vivere nel corso della nostra vita. L’augurio è che, oltre a vedere di fronte a noi la fine di un’epoca, ben presto si cominci a vedere anche un nuovo inizio.

Fai buon viaggio, Pablito!

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