Il più grande

Quando si parla di calcio, ancora oggi, si finisce per nominare Diego Armando Maradona. Per quelli della mia generazione è stato il più grande calciatore di sempre. Anche per chi l’ha odiato, come il sottoscritto, che ha cominciato a provare nostalgia per le sue giocate già dal giorno successivo al suo ritiro.
Poi c’è chi sostiene che l’uomo non era certo un esempio: fra questi c’era Diego stesso, che era ben cosciente di non essere uno stinco di santo. Ma non mi interessa discutere l’uomo, nè ascoltare le morali di molti che farebbero meglio a tacere ed a guardare la propria, di vita…

Il Dio del calcio

Diego arriva in Italia nell’estate 1984. Ne parla il TG1, snocciolando le cifre del suo acquisto: 13 miliardi di vecchie lire! Al cambio, 6 milioni e mezzo di euro. Ve lo immaginate oggi comprare Messi per 6 milioni e mezzo? Eppure per la generazione dei miei genitori erano soldi, e mica pochi: “13 miliardi per Maradona? Ma xei mati?”, commentò mia madre. E non fu l’unica: più di qualche giornalista avanzò l’ipotesi che fossero soldi della Camorra, tanto che Ferlaino nella prima conferenza stampa si incazzò e pure parecchio con i giornalisti. Diego no, aveva l’espressione un pò spiazzata di chi è appena arrivato ed ancora non capisce bene cosa sta succedendo attorno a lui. Ma gli sarebbe passata presto, appena messo piede sul manto erboso del San Paolo. Davanti a 60.000 persone tutte li per lui. E gli occhi gli si illuminano. In fin dei conti, l’essere al centro dell’attenzione non gli dispiaceva poi molto, anzi. Due palleggi, ed i napoletani sono conquistati. Amore a prima vista. Del resto, quale città avrebbe potuto essere più adatta per un anarchico come Diego Armando? Alla Juve, al Milan, in qualsiasi altra società “grande”, dove ti vengono imposte delle regole comportamentali, non ce lo avrei visto sinceramente… E l’esempio più calzante erano stati proprio i suoi anni precedenti, a Barcellona, la città più “radical chic” del mondo del calcio, dove era stato vittima di un grave infortunio e dove non aveva convinto fino in fondo. “Us hem venut una estafa!”, disse il barista dell’hotel a Ferlaino, mentre si trovava a Barcellona per far firmare il contratto a Diego. Chissà quanto si sarà rimangiato queste parole negli anni successivi…

Il campionato più bello del mondo

Il Napoli dei primi anni ’80 non è certo una società di primo piano, anzi nella stagione 1983/84 ha rischiato seriamente la retrocessione. Eppure acquista quello che in quel periodo è considerato uno dei più forti giocatori del mondo. Un’altro dei più forti giocatori del mondo, Zico, in quel periodo gioca nell’Udinese. Immaginate che oggi Messi venisse acquistato dal Genoa e Cristiano Ronaldo dalla Fiorentina: il paragone è quello! E rende bene l’idea di cosa era la serie A negli anni in cui veniva definita “il campionato più bello del mondo”: un vero e proprio magazzino di sogni! Torneo a 16 squadre, tre retrocessioni, massimo due stranieri per squadra, livello tecnico altissimo… Nei primi sei mesi a Napoli, Maradona fatica e non poco. Poi comincia ad ingranare, il suo genio calcistico viene fuori, si cominciano a vedere alcuni dei gol che l’hanno reso famoso. Ed il Napoli quell’anno si piazza al settimo posto, in un anno in cui lo scudetto lo vince il Verona. Come se oggi Messi giocasse nel Genoa, CR7 nella Fiorentina e lo scudetto lo vincesse l’Atalanta: questa era la serie A degli anni ’80.

Antipasto napoletano

I partenopei ancora non sono da scudetto, ma nell’estate 1985 arrivano giocatori di primo piano come Giordano, Renica, Garella… E’ la stagione che precede i mondiali in Messico, Maradona fa vedere un’anteprima di quella che sarà la sua stagione magica: i gol contro la Juve ed il Verona passeranno alla storia; ma anche i suoi limiti caratteriali, come nella partita contro l’Udinese: segna un gol dei suoi, poi si fa cacciare per fallo di reazione ed i friulani strappano un pareggio preziosissimo. Alla fine lo scudetto andrà alla Juventus, l’ultimo titolo di un altro grande campione che in quegli anni giocava nel nostro campionato: Michel Platini. Al secondo posto la Roma di Pruzzo, Conti e Cerezo; che dopo una rimonta straordinaria spreca tutto perdendo in casa contro il già retrocesso Lecce alla penultima giornata, quando ormai tutti pregustavano uno spareggio e si pensava che avrebbe creato non pochi problemi alla Nazionale, costretta a spostare la partenza per il Messico. Il Napoli è terzo, ritorna in Europa dopo qualche anno, ma la sensazione è che siamo solo all’inizio…

Tempo di scelte

Il calcio nella prima metà degli anni ’80 per il sottoscritto è soprattutto Figurine Panini, e “Novantesimo minuto” alle 18 di domenica, a casa dei nonni, con tutti i parenti. Ma non è una passione qualsiasi: conosco le formazioni di tutte le squadre di serie A a memoria e non mi perdo una partita che sia una. Certo, è facile in anni in cui i titolari sono 11 ed i numeri di maglia vanno da 1 a 11… Meno facile è vedere tutte le partite di Messico ’86: gli orari delle partite variano dalle 12 locali (le 20 italiane) alle 16 locali (mezzanotte in Italia). Per fortuna ci pensa “Mamma Rai” a mostrare le differite delle partite in notturna, quindi me le vedo quasi tutte…
C’è una regola vecchia come il mondo, che valeva nel calcio di ieri come in quello di oggi, e non solo nel calcio: mai mettere due galli nello stesso pollaio! E così succede nella “rosa” delle Selection in vista di Messico ’86, che fondamentalmente ha due leader che mai sono andati d’accordo: Daniel Passarella da una parte, considerato uno dei migliori difensori del mondo e soprannominato “El Caudillo” per la sua autorità; e Maradona, appunto. Poi improvvisamente Passarella si becca la “maledizione di Montezuma” e di fatto viene escluso dai mondiali per dissenteria. In realtà Bilardo, ct dell’Argentina, si trova costretto ad operare una scelta: “O me, o Passarella!”. Certo, oggi nessuno avrebbe il dubbio, con il senno di poi… Ma verso la fine di maggio 1986 la scelta è tutt’altro che semplice: da una parte il miglior libero del mondo e già campione del mondo otto anni prima; dall’altra un potenziale fenomeno che fino a quel momento ha avuto molti, troppi alti e bassi… Immaginate che Roberto Baggio nel 1994 fosse andato da Sacchi a dire: “O me o Baresi!”. Insomma è una scelta tutt’altro che facile. Bilardo per fortuna sceglie la parte giusta, e così tutto il mondo potrà ammirare le magie del “Diès”…

El genio del fùtbol mundial!

Nel girone eliminatorio Maradona prende tante botte e combina pochino. Giusto un gol contro l’Italia, con la complicità della sagoma di Giovanni Galli, portiere molto sopravvalutato a mio avviso. Un pareggio che spiana la strada all’Albiceleste per il primo posto nel girone, relegando gli azzurri al secondo. Un primo posto che consente di evitare la temibile Francia agli ottavi ed il favorito Brasile ai quarti: arriva invece il modesto Uruguay che viene liquidato da un gol di Valdano, mentre al Pibe viene annullata una rete regolare.
Nei quarti, tocca all’Inghilterra di Bobby Robson e del bomber Gary Lineker, che fino a quel momento contende a Careca la palma di capocannoniere. Non è una partita qualsiasi, fra due nazioni che quattro anni prima sono state coinvolte nella “Guerra delle Falklands/Malvinas“, uno dei conflitti più inutili della storia. La stampa ci marcia alla grande, le Barras Bravas anche: ultras del Chacarita e del Boca attaccano i sudditi di Sua Maestà, che soccombono condannati dai numeri. Ma si sa, in quegli anni post-Heysel, c’era la convinzione diffusa che gli inglesi “tutto sommato se le meritino”. Sul campo invece ci pensa Maradona, che nel primo tempo è ben controllato da Butcher e Stevens. Ad inizio ripresa, un rapido scambio mette Diego davanti il portiere inglese Shilton: il pallone è alto, ed il portiere è in vantaggio; ma Diego allunga la mano e spinge il pallone in rete. In quel momento sto guardando la partita a casa dei miei nonni, e mi accorgo subito che il Pibe ha fatto la furbata. Ma se ne accorge tutto il mondo, tranne l’arbitro, il tunisino Bennaceur. Non so come abbia fatto a non vederlo, ad ogni modo in quegli anni non c’è il Var e l’arbitro non è tenuto a consultare il guardalinee. Gol valido, risparmiatemi la solfa che “un vero campione avrebbe ammesso davanti l’arbitro di aver toccato la palla di mano” perchè non l’ha ancora fatto nessuno!
Passano cinque minuti, Diego riceve palla a metà campo, supera uno dopo l’altro cinque giocatori inglesi involandosi verso l’area avversaria, supera anche Shilton ed insacca. Un gol incredibile, segnato con una facilità impressionante. Esplode il telecronista Victor Hugo Morales che lo ribattezza giustamente “El genio del fùtbol mundial”. Tutto il mondo è in piedi ad applaudire il gol che verrà votato giustamente come “il più bello della storia dei mondiali”. L’Argentina è poco più di una onesta squadra operaia, con qualche ottimo giocatore come Valdano e Burruchaga; e con un Maradona in più nel motore: da questo momento diventa la favorita numero uno per il titolo!
In semifinale tocca al Belgio: si gioca alle 16, la mezzanotte italiana. Io avevo circa dieci anni al tempo, ed ero abituato ad andare a letto al massimo alle 22,30. Ma per quella partita i miei genitori mi lasciano fare un’eccezione: non mi volevo perdere quello spettacolo! E Diego mi ripagò del sacrificio, con una doppietta d’autore. Fantastico soprattutto il secondo gol, uno slalom strettissimo in mezzo alla difesa belga ed un tiro ad incrociare per trafiggere Jean-Marie Pfaff, uno dei migliori portieri del mondo in quel periodo…

Sul tetto del mondo

La Francia di Platini, considerato l’avversario più temibile, viene eliminata dopo una prova incolore dalla Germania Ovest che così sfiderà i sudamericani per il titolo, Domenica 29 giugno 1986 presso lo Stadio Azteca di Città del Messico. i tedeschi sono una buona compagine, con la base della squadra che quattro anni dopo vincerà il mondiale in Italia e molte conoscenze della serie A: da Rumenigge a Matthaeus, da Brehme a Voeller, fino a Briegel e Berthold. Beckembauer, C.T. teutonico, decide di sacrificare uno dei suoi uomini migliori, Lothar Matthaeus, in marcatura sul Pibe de oro. La tattica è buona perchè Diego viene molto limitato nell’azione, ma l’Argentina va in vantaggio di due reti grazie ad un’uscita a vuoto di Schumacher ed a un diagonale di Valdano. Nella ripresa Beckembauer “libera” Matthaeus dai compiti di marcatura, ed i crucchi si rifanno sotto: Rumenigge accorcia le distanze, e Rudi Voeller pareggia il risultato quando mancano meno di dieci minuti alla fine della partita. Ormai i supplementari sembrano cosa fatta, ed agli argentini cominciano a tremare le gambe. A tutti tranne che ad uno: Diego Armando Maradona! A cinque minuti dalla fine, viene fuori quella che è l’essenza della sua grandezza: 85 minuti nell’ombra, poi il colpo di genio, da una palla “morta” che nei suoi piedi diventa un’assist geniale per Burruchaga, che infila Schumacher in uscita. 3-2. E c’è ancora il tempo per una percussione di Diego, che vuole lasciare la sua firma anche sulla finale: viene fermato da quattro difensori tedeschi. Cambia poco comunque: l’Argentina è campione del mondo per la seconda volta nella storia! E Diego è ufficialmente il più forte giocatore del mondo.

L’inizio della fine

Dopo il mondiale, i tempi sono maturi per festeggiare il primo scudetto nella storia del Napoli. E’ il momento migliore per il Maradona calciatore. Eppure è proprio in quel momento che si cominciano a scorgere le prime crepe sulla corazza, e ad intravedere i limiti del Maradona uomo. Succede nel settembre 1986 quando una ragazza napoletana, Cristiana Sinagra, dichiara di aspettare un figlio proprio dal Pibe de Oro. In quei giorni il Napoli è impegnato nel primo turno di Coppa Uefa contro il Tolosa, che passerà il turno ai rigori proprio grazie ad un errore dagli undici metri di Diego. Non è un bel momento, e dentro l’entourage partenopeo si percepisce che questa storia potrebbe avere effetti devastanti sulla stagione della squadra. Così finisce che Diego non riconosce il figlio e Cristiana Sinagra viene in qualche maniera messa a tacere. Tutta la vicenda finisce momentaneamente in secondo piano, e Maradona con l’aiuto determinante di due attaccanti di razza come Giordano e Carnevale porta il Napoli alla conquista del primo titolo. Tutta la città è in festa, festa di un mese per le strade e per i vicoli, in tutte le salse, come nella tradizione e nella mentalità napoletana. Eppure, lo percepiscono in pochi, quel figlio illegittimo sarà l’inizio della fine per Diego…

Nuovi equilibri

Silvio Berlusconi proprio nel 1986 ha acquistato il Milan, ridisegnando le gerarchie del calcio di casa nostra. La forza economica nel calcio diventa sempre più importante. Ed i rossoneri diventano in breve tempo la squadra più forte del mondo… La fine degli anni ’80 propone la sfida scudetto fra il Napoli di Maradona “il più grande giocatore di tutti i tempi” ed il Milan di Sacchi “la squadra più forte di tutti i tempi”. Il primo round si consuma proprio nella stagione 1987/88: gli azzurri dominano la prima parte della stagione, ma nel girone di ritorno subiscono la rimonta del Milan, che rimonta ben cinque punti alla squadra partenopea in sette giornate (siamo in un’epoca in cui la vittoria vale ancora due punti, quindi l’impresa dei diavoli è qualcosa di disumano!). Il 1° maggio si gioca la sfida-scudetto al San Paolo, Maradona dichiara che “non vuole vedere nemmeno una bandiera rossonera allo stadio“, ma la guerra psicologica non basta: il Milan vince per 3-2 ed ipoteca il primo scudetto dell’era-Berlusconi. Anni dopo si vocifera che quel campionato sia stato “venduto” dallo stesso Maradona per fare un piacere a qualche amico camorrista, che gestiva il giro delle scommesse clandestine a Napoli e che avrebbe perso ingenti cifre se la squadra cittadina avesse vinto il secondo scudetto consecutivo. Accuse che tuttavia non troveranno riscontro e si dissolveranno come neve al sole…

Tira e molla

Dall’estate 1989 iniziano i tira e molla estivi fra Diego Armando Maradona e la società di Corrado Ferlaino: la pressione attorno all’asso argentino è enorme, la voglia di cambiare aria anche. L’Olimpique Marsiglia del magnate francese Bernard Tapie fa una corte serrata a Diego. Ma alla fine l’affetto che Napoli prova per Maradona ha la meglio. Ed il calciatore ha ancora molto da dare: arriverà una Coppa Uefa, una Supercoppa Italiana ed un secondo scudetto, discutibilissimo, nel 1990. Una vera e propria rivincita consumata ai danni del Milan di Sacchi, con l’episodio della monetina che a Bergamo colpisce in testa Alemao, impedendogli di continuare la gara e dando la vittoria a tavolino agli azzurri. Una vittoria determinante ai fini della scudetto.
Maradona, con dichiarazioni spesso fuori luogo e provocatorie, comincia a stare sulle palle ai tifosi di mezza Italia, non solo milanisti: sempre più persone malsopportano le telenovele estive e le sue polemiche nei confronti di squadra e società che occupano le prime pagine dei giornali. In quegli anni frequentavo le scuole medie, ed il ritornello “Maradona add’a turnà!”, ripreso dalle interviste ai tifosi partenopei in merito alle “telenovelas” estive diventa un vero e proprio tormentone utilizzato in classe per sfottere i professori di origine (ed accento) meridionali. Ma forse il vero capolavoro dialettico di Diego in quel periodo fu quando accusò i giornalisti di intromettersi un pò troppo nella sua vita privata: “Mi fotografate fuori dalle discoteche e scrivete che Maradona ha ballato per tutta la notte: ma scrivete piuttosto che Maradona è un patriota che di giorno gioca per la patria e di notte balla per la patria!”. Idolo indiscusso, nemmeno Ibra arriva a tanto… La mia fede milanista da ragazzino me lo manda letteralmente in odio per l’epilogo della stagione 1989/90, ma i mondiali in Italia si avvicinano ed è il momento di un sogno che tutti noi ragazzini della nostra generazione coltivavamo da quando sei anni prima l’organizzazione della Coppa del Mondo era stata affidata al nostro paese…

Solo contro tutti

L’Argentina del 1990 è la stessa squadra del 1986, invecchiata di quattro anni (che non erano pochi nel calcio di allora), senza Valdano (uno dei pochi validi), le cui speranze sono poste su Claudio Caniggia e su un Maradona menomato, che gioca con un’infiltrazione alla caviglia. Praticamente, una squadra di scappati di casa, che all’esordio subisce anche una sconfitta dal Camerun ridotto in nove uomini. Eppure Diego è un combattente, e non si rassegna a fare la vittima sacrificale: i fischi di San Siro ed il tifo spudorato dei tifosi italiani per la squadra africana lo feriscono; ed a quel punto prende per mano la squadra, pur con tutti i limiti della sua precaria condizione fisica: fra un tocco di mano con l’Urss ed una borraccia “avvelenata” passata a Branco del Brasile, fornisce qualche bel pallone a Caniggia e riesce a motivare anche gli altri del gruppo. Che non brillano, ma picchiano e non mollano di un millimetro. E trovano in Goicoechea, un modesto portiere subentrato al posto di Pumpido, una straordinaria saracinesca: un altro “miracolato di Italia 90” come Totò Schillaci, ovvero uno che ha vissuto il suo momento migliore proprio in quel periodo per poi tornare alla normalità…
Martedì 3 luglio si gioca la semifinale Italia-Argentina a Napoli. Non una scelta azzeccatissima a livello ambientale. E Maradona si gioca il Jolly, con un’intervista in cui invita i napoletani a stare dalla sua parte: “Per 364 giorni su 365 chiamano “terroni” i napoletani, ma questa volta gli chiedono di essere italiani. L’Italia si ricorda che sono italiani solo quando devono sostenere la Nazionale, poi si dimentica di come li tratta”. Niente da dire, il buon Diego sapeva bene quali tasti toccare; e queste parole, se proprio non hanno smosso le coscienze di tutti i napoletani (l’ambiente fu comunque molto più freddo rispetto alle precedenti partite giocate a Roma), hanno avuto sicuramente l’effetto di innervosire gli azzurri. Il resto lo ha fatto Vicini, sbagliando completamente formazione; e Zenga, facendo l’unico errore di tutto il mondiale. Aggiungiamoci il solito gioco “a menare” degli argentini con il benestare tacito dell’arbitro Vautrot, ed il gioco è fatto. Si va ai rigori: segnano Baresi, Baggio e De Agostini per l’Italia; Serrizuela, Burruchaga ed Olarticoechea per l’Argentina. Tocca a Donadoni, uno dei più grandi talenti di quell’Italia, ma non un rigorista: tiro a mezza altezza e centrale, para Goicoechea. Tocca poi a Maradona che spiazza Zenga, e Serena calcia praticamente addosso al portiere argentino. E’ la fine del sogno di un’intera generazione. La fine di un’epoca, se vogliamo. “Sono immagini che non avremmo mai voluto vedere…”, commenta in diretta Bruno Pizzul.

Sotto il cielo di un’estate italiana…

Ho un ricordo di quel momento che mi è rimasto in mente a 30 anni di distanza: poco prima di staccare il collegamento, le telecamere Rai inquadrano il Golfo di Napoli ed il Castello dell’Ovo. In cielo, splende una luna piena color arancione, in cui si distingue la sagoma di un aereo che ha appena preso il volo da Capodichino. Ecco, in quel preciso istante ho avuto la sensazione che quell’aereo si stesse portando via un’epoca intera. Tuttora identifico la fine della mia infanzia con quel momento….
Maradona invece se la ride di gusto, festeggia in ritiro e dichiara al microfono di Gianni Minà: “Siamo stati i migliori, in dieci abbiamo messo l’Italia alle corde per 120 minuti”. Una sbruffonata che non gli verrà perdonata: domenica 8 luglio all’Olimpico un’intera nazione è contro di lui. Ai fischi all’Inno Argentino lui risponde in mondovisione digrignando i denti e sillabando bene un “Hijos de Puta” che passerà alla storia. Il resto lo farà l’arbitro messicano Codesal, punendo a pochi minuti dalla fine con un rigore inesistente un’Argentina che in ogni caso non avrebbe meritato di vincere. “L’Estate italiana” cantata da Gianna Nannini ed Edoardo Bennato in quel 1990 si conclude con le lacrime di Maradona. Che non immagina quello che gli capiterà di li a pochi mesi…

La falòpa

La stagione 1990/91 vede Maradona ancora preso di mira un pò ovunque, ma non è solo l’astio dei tifosi il problema: ormai il personaggio è diventato ingestibile! Oltre alla battaglia legale per il riconoscimento del figlio portata avanti da Cristiana Sinagra e le amicizie sbagliate, si affaccia un nuovo spettro nelle vicende del campione argentino: la cocaina!
Il 17 marzo 1991 Maradona viene trovato positivo alla cocaina dopo la partita col Bari, e pochi giorni dopo finisce in carcere per possesso di sostanze stupefacenti. Si racconta che il poliziotto che l’ha arrestato gli abbia sussurrato: “Coglione, eri l’idolo di mio figlio!”, ricevendo per tutta risposta un: “Cabron! L’idolo di tuo figlio dovresti essere te, non io!”. Chissà cosa ne avrebbero pensato i suoi, di figli… Il Pibe de Oro si becca due anni di squalifica, e chiude la sua parentesi italiana in maniera a dir poco ingloriosa. Anche per il Napoli è la fine, dal momento che la società di Corrado Ferlaino negli anni a seguire finirà in bancarotta anche per il debito accumulato e mai saldato per l’acquisto di Diego. Col tempo, Maradona confesserà di aver usato cocaina ininterrottamente dal 1982 (anno in cui era a Barcellona) fino al 2000. E si chiederà: “Pensate a che giocatore sarei potuto essere se non avessi mai usato la cocaina…”.

Un nuovo inizio

Nella stagione 1992/93 Diego ricomincia dal Siviglia. Poi rientra in patria per giocare con la maglia del Newell’s Old Boys: i mondiali americani del 1994 sono alle porte, e Diego prepara il proprio rientro. E la propria rivincita. Gli organizzatori lo vogliono a tutti i costi, gli americani cominciano a mandare “a ruba” i biglietti quando hanno la certezza che lui ci sarà, la stessa FIFA fa di tutto per farlo rientrare. E Diego si presenta in forma smagliante, a capo di una nazionale fortissima, tutta un’altra cosa rispetto agli “scappati di casa” del 1990: Batistuta, Caniggia, Balbo, Sensini, Redondo, Simeone… Ci sono tutte le carte in regola per portare a casa un altro mondiale. Lo si vede già dalla prima partita contro la Grecia: tripletta di Batistuta con i primi due gol ispirati dal Pibe, gol di Maradona all’incrocio ed esultanza “urlata” in faccia alla telecamera. A mò di sfida. “Io sono ancora qua!”, avrebbe detto anni dopo Vasco Rossi. E giusto per rimarcarlo, non le mandò a dire nei confronti della FIFA e di personaggi come Havelange e Blatter, che avevano preteso di giocare un mondiale in orari ed a temperature assurde pur di trasmettere le partite in Europa. Nella seconda partita contro la Nigeria, è un assist millimetrico del Pibe a smarcare Caniggia per il gol del 2-1. E, puntualmente, arriva la fregatura: Diego viene sorteggiato per l’antidoping, ed il responso parla di efedrina. Anche le controanalisi lo condannano; ma non sono pochi a pensare che si sia trattata di una trappola ordita contro di lui dai vertici stessi della Fifa. Ad ogni modo l’Argentina perde la terza partita contro la Bulgaria ed esce poi agli ottavi di finale per mano della Romania di George Hagi. Maradona, in tribuna, piange come quattro anni prima. E’ la fine. Anzi no.

AD10s!

Dopo il mondiale americano, Maradona torna a chiudere la carriera in Patria. In quel Boca Junior che l’aveva lanciato tanti anni prima. Tenta di rimettersi in forma, assume addirittura Ben Johnson come personal trainer; ma di fatto è un ex calciatore. E giocherà la sua ultima partita ufficiale il 25 ottobre 1997: un superclasico fra Boca e River, uno dei derby più infuocati del mondo. In un giorno in cui tutto il pubblico, tutti i fotografi, tutti i giornalisti assediano la Bombonera per lui. Nella ripresa verrà sostituito da uno dei giocatori deputati a raccogliere la sua eredità, anche se la sua eredità non la raccoglierà mai nessuno: Juàn Romàn Riquelme!
Qui finisce la storia del Maradona calciatore, che abbiamo amato, odiato, maledetto e venerato per poi finire ad ammettere che è stato il più grande di tutti. Tutto il resto, tutto ciò che verrà dopo, è cronaca e vita privata del Maradona uomo. Argomenti di cui non ci interessa disquisire.

Diego ci ha lasciati il 25 novembre, come un altro grandissimo del calcio “genio e sregolatezza” di nome George Best, uno che nella sua vita ha speso una valanga di soldi in alcool, donne e macchine veloci mentre tutti gli altri li ha sperperati. Diego ha lasciato un vuoto incolmabile in chi, come il sottoscritto, ha amato il calcio anche grazie alle sue magie. Diego ha lasciato un ricordo indelebile di quando il campionato italiano era realmente il più bello del mondo, anni prima di essere distrutto dalle televisioni e dagli scandali più o meno tollerati; anni in cui i più grandi campioni giocavano in Italia, anni in cui lui era fra tutti il protagonista assoluto.
E non sarei onesto se non riconoscessi che si, mentre scrivevo mi è salito il magone ripensando ad un’epoca bellissima che se n’è andata con quell’aereo riflesso sulla sagoma della Luna di Napoli e che oggi è definitivamente sepolta. Però concedetemelo, se ancora oggi quando parliamo di calcio finiamo quasi sempre a nominare Maradona, un motivo ci sarà: nè Messi nè Cristiano Ronaldo potranno mai avere questo onore!

Ciao Diego, voglio ricordarti con quel tuo balletto famoso all’Olimpiastadion di Monaco nel 1989: ora palleggia con le stelle!

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