Il tifo organizzato a Padova negli anni 70-80

Nella precedente puntata di Biancoscudati History Channel abbiamo visto come il tifo padovano abbia radici antiche e sia nato quasi contemporaneamente alla squadra. Oggi invece vedremo la nascita e lo sviluppo del tifo organizzato vero e proprio nella Città del Santo, che avvenne a partire dalla seconda metà degli anni ’60.

I primi club organizzati in Italia

Verso la fine degli anni ’50, il progressivo miglioramento delle condizioni socio-economiche della maggior parte della popolazione italiana fece si che sempre più persone si recassero allo stadio la domenica. A quei tempi, la partita allo stadio era un passatempo assimilabile al pic-nic o al pranzo fuori porta. Non esisteva il tifo organizzato come lo intendiamo oggi. Tuttavia il pubblico era sempre più partecipe alle vicende in campo, e non mancavano le intemperanze, rivolte principalmente agli arbitri. Il primo ad intuire il vantaggio di un’organizzazione di tifosi che si occupasse di sostenere la squadra fu Helenio Herrera, tecnico argentino della “Grande Inter” degli anni ’60, che mutuò il modello delle Barras già attive in Sudamerica; proponendo alla società del presidente Angelo Moratti di creare dei club di supporters veri e propri. L’idea piacque, e nel giro di poco tempo nacquero i primi due club organizzati di tifosi, in Italia: i Moschettieri e gli Aficionados, entrambi sulla sponda nerazzurra di Milano. Chiaramente le altre squadre di serie A, Milan in testa, non rimasero a guardare; e così un pò ovunque nacquero i primi clubs ufficiali di tifosi, immediatamente seguiti dai Centri di Coordinamento; delle vere e proprie organizzazioni territoriali che si occupavano di promuovere la nascita di nuovi club e di coordinarne l’organizzazione. Siamo all’inizio degli anni ’60: verso la fine del decennio nascerà la Federazione Italiana Sostenitori Squadre di Calcio; e soprattutto verranno alla luce anche i primi club giovanili, che ben presto si staccheranno dai centri di coordinamento per diversità di vedute, dando vita ai primordiali gruppi ultras, ma questa è un’altra storia.

Il tifo nella nostra città

Il Club “Forza Padova” alla fine degli anni ’60

Come abbiamo già visto, Padova era avanti negli anni ’30, con la nascita del club “La Rumorosa“, una delle primissime forme di tifo organizzato in Italia. La Rumorosa, tuttavia, chiuse i battenti durante la seconda guerra mondiale, e per diversi anni non si parlò più di tifo organizzato nella Città del Santo. Negli anni ’50, l’epoca d’oro dei Biancoscudati, Nereo Rocco ed i “Panzer” erano seguiti da una moltitudine di tifosi; ma senza che esistesse alcuna forma di club ufficiale, riconosciuto o meno.
Nel 1967, con il contributo determinante della società, nasce il club “Forza Padova”, considerato il primo vero club organizzato di tifosi biancoscudati nell’epoca moderna: il sodalizio viene ufficialmente fondato il 13 gennaio, mentre il 1° febbraio si svolge l’inaugurazione presso la sede di via Gabelli 44, in un locale di proprietà dell’allora vicepresidente del Calcio Padova Giuseppe Cardin. In quegli anni il Padova milita in serie B dopo i fasti dell’era dei Panzer, sogna il ritorno in serie A ma due anni dopo retrocederà in serie C dove rimarrà per 14 lunghi anni. Ovviamente le presenze allo stadio ne risentiranno e non poco, nonostante il tifo organizzato inizi a svilupparsi proprio nei successivi anni di serie C.

Gli anni ’70 e la nascita del CCCB

Tessera del Club Panter nel 1974

Nella prima metà degli anni ’70, nonostante il Padova invischiato in terza serie e la conseguente mancanza di entusiasmo, sono diversi i club attivi nel sostegno alla squadra sia all’Appiani che in trasferta: su tutti spicca il club “Alè Padova” (che non sarebbe altro che il precedente club “Forza Padova” con direttivo rinnovato e nuovo nome), ma anche i “Panter” (scritto proprio così…) ed il club Quattro Strade di Salboro. Sono i primi club ufficiali, la spina dorsale della tifoseria. Ma manca ancora una guida, e come spesso succede i padovani tendono ad arroccarsi sulle proprie posizioni e guardarsi in cagnesco anzichè unire le forze per un obiettivo più grande.
Tutto ciò viene superato nell’Aprile 1975, quando nasce il Centro di Coordinamento Clubs Biancoscudati (CCCB) per opera di Ruggero Ranzato, che aveva ripreso l’idea dai club organizzati del Milan. Alla base c’era la necessità di strutturare i club, creare un “gruppo” che andasse oltre al puro interesse per il Padova. Presidente della nuova associazione di tifosi venne nominato Luciano Favaron, mentre nel primo direttivo ci sono anche altri tifosi storici come Toni Gobbin o Mario Merighi. Lo stesso Ranzato settimanalmente, fa il giro dei bar e delle trattorie della città e della provincia, per promuovere l’attività del Centro di Coordinamento. Nel giro di pochi anni nascono decine di nuovi club sia in città che in provincia. Bisogna tenere presente che fino alla fine degli anni ’70 il Padova ha sempre avuto il grosso del proprio seguito di tifosi all’interno dei confini comunali o al massimo nella prima periferia: rarissimi erano i tifosi biancoscudati in provincia, dove gli appassionati di calcio si dividevano fra Vicenza (soprattutto nell’Alta Padovana), Verona (zona del montagnanese e Bassa Padovana) e soprattutto Milan (un pò tutto il Veneto era un feudo rossonero in quegli anni, e la sezione Veneto delle Brigate Rossonere era la sezione più numerosa d’Italia). Con la crescita dell’attività del Centro di Coordinamento nacquero i primi club anche in provincia (uno dei più attivi in quel periodo era probabilmente quello del “Bar Molena” di Piove di Sacco) e gli equilibri del tifo in molte zone cominciarono a spostarsi…

La contestazione a Farina

3 giugno 1979: il Padova, sconfitto in casa dalla Cremonese, retrocede in C2

Ciò che riuscì ad unire il tifo padovano, paradossalmente, fu proprio una contestazione; all’apice di quello che fino ad allora era stato il periodo più buio della storia biancoscudata. A finire sul patibolo fu l’allora proprietario Giussy Farina, che amministrava la società tramite il “prestanome” Pastorello, e che nella seconda metà degli anni ’70 aveva letteralmente “spolpato” i biancoscudati, riducendoli ad essere una succursale del Vicenza, l’altra società di cui era proprietario e che al contrario viaggiava a vele spiegate in serie A, sfiorando anche lo scudetto. Era la stagione 1978/79, l’anno in cui il Padova conobbe per la prima volta nella sua storia l’onta della retrocessione in serie C2: il CCCB proclamò lo sciopero del tifo in occasione di Padova-Cremonese, lanciando appelli per tutta la settimana sia tramite la stampa, che con numerosi cartelli esposti in città. La domenica della partita poi vennero “picchettati” anche gli ingressi dello stadio Appiani, tanto che alla fine i presenti allo stadio furono meno di 200…

I primi esodi e treni speciali

Treno speciale per Civitanova Marche, 10 maggio 1981

Ma la C2 di fine anni ’70, un pò come avvenne per la C2 di inizio millennio, rappresentò più che mai un’opportunità unica per il tifo: quella di crescere, rimettendosi in gioco! Con l’avvicendamento alla presidenza fra Farina e Pilotto, nacque in città un nuovo entusiasmo, suffragato dalla costruzione finalmente di una squadra vincente dopo circa un decennio di delusioni. Ed in quel periodo nascono anche i primi “ultras”, o meglio il primo club “giovanile” al seguito del Padova: il Club Magico Padova, di cui molti componenti saranno pionieri del movimento ultras padovano. Ma a tirare le fila del tifo è ancora il CCCB, che nella stagione 1979/80 organizza tutte le trasferte: celebre quella di Lodi, ultima giornata di campionato (Fanfulla-Padova) con l’intero stadio occupato dai tifosi biancoscudati; ancora più celebre quello di Verona per lo spareggio con il Trento, dove circa 20.000 tifosi padovani assisteranno alla cocente sconfitta patita ai rigori. Ma è solo l’inizio: nella stagione successiva il Padova vince in carrozza il campionato di serie C2 e torna in C1; proprio in questa stagione il CCCB organizzerà il primo treno speciale di tifosi biancoscudati: succede il 10 maggio 1981, quando oltre 600 tifosi seguono il Padova nella trasferta di Civitanova Marche. E sempre in quella stagione, comincerà a marcarsi la distanza fra club e ultra

Gli anni ’80

Il Club Tre Scalini in trasferta nei primi anni 80: in quel periodo furono oltre 90 i club affiliati al CCCB

Ricordo un vecchio adesivo di un club biancoscudato che riportava lo slogan: “Anni ’80: la gallina canta!”. Effettivamente in quel decennio la “gallina” biancoscudata tornò a cantare sul serio, visto il ritorno in B dopo 14 anni nel 1983. Con lei tornarono a cantare i suoi tifosi, sempre più appassionati e numerosi: basti pensare che proprio con il ritorno in B, il Centro di Coordinamento supera il numero di 90 clubs affiliati, record tutt’oggi imbattuto!
Tuttavia non mancano le frizioni, tanto che in quel periodo il CCCB si divide ed alcuni clubs fuoriusciti vanno a formare il CBU (Clubs Biancoscudati Uniti). Ma è una divisione che rientrerà nel giro di una stagione. Più profonda invece la “spaccatura” con gli ultras del Magico Padova, che ha alle basi diverse visioni del tifo, e che si manifesta fin dai primi anni di vita del club. Questa è la lettera che il Club Magico Padova inviò al settimanale “Pressing” nel 1981:

Prendendo spunto da quanto scritto nel n. 7 di “pressing”, dico che anche il nostro statuto afferma che bisogna prodigarsi affinchè il numero dei soci aumenti, ma nel caso del nostro club il problema è diverso, poichè il Magico Padova è composto da soli giovani. Sappiamo bene che qui a Padova, alcontrario di altre città (vedi Verona, Pisa, Ber­gamo, ecc.), i giovani rispondono al richiamo del tifo organizzato molto poco. Noi ci siamo molto prodigati per attirare l’attenzione di questi ragazzi in tutti i modi (ri­cordo che in occasione di Padova-Venezia abbiamo tappezzato la città con 2.000 volantininei quali invitavamo tutti i ragazzi a tifare attivamente con noi), e mi pare che i risultati si siano visti, infatti ad assistere a Padova-Mestre eravamo più di un centinaio. Tutto questo discorso intende dimostrare la serietà del nostro club, serietà che per la verità il CCCB non riconosce in pieno.Infatti il nostro rappresentante alle riunioni del CCCB, Zambolin Francesco (meglio conosciuto come Sivori), nei suoi interventi viene preso poco sul serio e questo ci di­spiace e ci preoccupa. Altra cosa che volevo chia­rire è questa: quando suc­cede qualche incidente all’Appiani o nelle tra­sferte, la colpa di ciò viene immancabilmente attribuita al Ma­gico Padova, cito a tal proposito un avveni­mento significativo che ri­specchia in pieno quello che ho suddetto: l’anno scorso il Magico Padova ha fatto la trasferta a Lodi con il CCCB, il pulmann messo a nostra disposizione era il più scassato e si è rotto ancora prima di partire; dopo al­cune peripezie siamo riusciti ad avere un pulman “nuovo”, che aveva addirittura i sedili che si staccavano. Alla conclusione della tra­sferta ci siamo sentiti dire che siamo stati noi a scassare il pul­mann e che il CCCB non voleva più organizzare tra­sferte con noi.

Leggendo queste righe ci viene da pensare che in realtà la natura dei padovani non sia mai cambiata negli anni! Ad ogni modo, la crescita degli ultras, farà si dapprima che il Club Magico Padova si stacchi dal CCCB acquisendo una propria autonomia e rinominandosi “Leoni della Nord“; poi che prenda posto stabilmente nella nuova Curva Nord, che viene costruita a seguito della promozione in C1 del 1981. Ma l’ascesa del movimento ultras a Padova, non intaccherà la leadership organizzativa del Centro di Coordinamento, che fino alla fine degli anni 80 rimarrà il punto di riferimento per tutta la tifoseria.

Le prime rivalità

13 giugno 1980: tifosi padovani in trasferta a Verona per lo spareggio col Trento

La stagione 1981/82 vedrà la nascita di quelle che saranno le rivalità maggiori per i tifosi biancoscudati in tutto il decennio degli 80. Ed entrambe vedono la luce nel giro di 15 giorni: parliamo di Triestina e Vicenza.
Negli anni ’70 e fino alla metà degli anni ’80, non esistevano nè scorte per i tifosi ospiti e men che meno settori dello stadio per gli ospiti: le tifoserie si mescolavano sugli spalti, o nella stessa curva dal momento che gli stadi spesso avevano una sola curva. E spesso volavano anche schiaffi, magari per una parola di troppo o per una decisione arbitrale non gradita. Tuttavia a Trieste, l’11 ottobre 1981, si andò oltre: nella settimana che precedeva la partita, qualche mitomane inviò alla sede di un giornale locale una lettera firmata “Ultras Padova” con riferimenti ad Autonomia Operaia ed insulti ai triestini “fascisti” ed alla tragedia delle foibe. I Leoni della Nord erano all’oscuro della vicenda; ma i triestini non avevano intenzione di ascoltare spiegazioni, nè di fare prigionieri: durante la partita una dura carica lasciò feriti diversi padovani. E soprattutto, finì col coinvolgere anche i clubs: tifosi pacifici, donne ed anziani… Più di qualcuno dovette far visita all’ospedale di Cattinara, e questo fatto marchiò indelebilmente i triestini agli occhi dei padovani, fossero essi ultras o semplici tifosi. I successivi incontri fra le due squadre furono macchiati da gravi incidenti sia all’Appiani che al Grezar, e caratterizzati da svastiche (da parte triestina), bandiere dell’ex-jugoslavia (in gradinata) e cori come “Fiume slava, Trieste lo sarà!”. Un clima di odio che durò per tutti gli anni ’80, mentre oggi pur essendo rimasta la rivalità esiste anche una sorta di rispetto ed ammirazione reciproca…
Due settimane dopo, il 25 ottobre, fu la volta della trasferta a Vicenza: negli anni precedenti i rapporti fra padovani e vicentini erano tutt’altro che bellicosi; anzi, spesso negli anni in cui il Vicenza era in serie A ed il Padova in C2, i berici si recavano all’Appiani ad aiutare i nostri primi ultras nel tifo… I rapporti si incrinarono in occasione di Vicenza-Juventus del 1978, decisiva per lo scudetto, quando uno dei fondatori del Magico Padova, di fede bianconera, venne riconosciuto in mezzo agli juventini! L’anno successivo i vicentini si presentarono a Padova-Venezia insieme ai lagunari, ed a quel punto il rapporto si potè considerare chiuso. Il 25 ottobre 1981, gli ultras berici fecero il giro dello stadio attraverso il parterre (il Menti, prima del 1993, era strutturato su due piani, ed il parterre era completamente aperto e permetteva di muoversi da una parte all’altra dello stadio), andando a rubare il primo striscione padovano “Ultras”, con la stella rossa al centro. I nostri tentarono di difendersi, ma a quei tempi la differenza numerica e qualitativa pendeva tutta da parte vicentina. Due anni più tardi, gli stessi vicentini si presentarono all’Appiani di buon’ora, occupando la Curva Nord. Stessa cosa provarono a fare i giuliani, ma non gli andò bene…
A seguito della tragedia dell’Heysel, nel maggio 1985, il governo italiano cominciò a prendere le prime misure di contenimento del tifo organizzato: gli stadi dovettero dotarsi di un settore ospiti e la presenza della polizia si fece molto più marcata ed invadente. Fu in un certo senso lo “spartiacque” fra il vivere lo stadio come un evento domenicale, e viverlo come un vero e proprio stile di vita. La presenza dei club iniziò sempre più ad affievolirsi, mentre i gruppi ultras cominciarono ad allargare le proprie fila.

L’era Pilotto e l’illecito di Taranto.

Ivo Antonino Pilotto, presidente del Padova dal 1979 al 1985

Come già detto, nei primi anni ’80 sotto la presidenza di Tonino Pilotto il Padova si ritrovò nel giro di tre anni dalla C2 a festeggiare il ritorno in B. L’entusiasmo era alle stelle ed all’Appiani non si contavano mai meno di diecimila spettatori: chi frequentava lo stadio in quegli anni ricorderà sicuramente il tifo della Curva Nord, risicato nei numeri ma caldissimo nelle intenzioni, fatto di fumogeni, coriandoli, ed anche qualche estintore che qualche ragazzo del Ghetto (il Ghetto, quartiere del centro storico di Padova, roccaforte dei primi ultras biancoscudati) introduceva allo stadio dopo averlo trafugato dai palazzi del centro. Ma anche la Gradinata non era da meno: su tutti spuntava il club “Padova Superstar”, col suo immenso telone bianco con il biancoscudo al centro, che all’entrata in campo dei giocatori veniva disteso sopra migliaia di teste. E le trasferte, dove partivano quasi sempre almeno una ventina di corriere dei vari clubs, che spesso compensavano anche l’assenza degli ultras; dal momento che la parte estrema del tifo in quegli anni era decisamente più giovane e meno numerosa ed organizzata rispetto al Centro di Coordinamento.
Tutto proseguì bene fino alla partita di Taranto, nel giugno 1985, decisiva per la salvezza dei biancoscudati. Il Padova l’anno precedente aveva sfiorato la serie A, ed all’inizio della stagione 1984/85 era considerato una delle possibili “outsiders”. Tuttavia una stagione sfortunata, caratterizzata da alti e bassi e da scelte societarie spesso discutibili; aveva finito per invischiare il Padova nella lotta per la salvezza. Così l’ultima partita di campionato, in casa del già retrocesso Taranto, finì per essere decisiva. Per la prima volta la tifoseria biancoscudata metteva piede in uno stadio del sud, in anni in cui l’impresa era decisamente problematica, vuoi per le difficoltà maggiori di spostamento rispetto ad oggi, vuoi per l’ambiente ostile che spesso si creava da quelle parti. Il Centro di Coordinamento organizzò un treno speciale che portò in Puglia circa 700 tifosi padovani. Gli ultras si mossero con un pullman. I tarantini decisero di non rompere le scatole, anche in virtù di un rapporto di rispetto reciproco nato con gli ultras biancoscudati grazie ad un paio di striscioni rubati quell’anno ai baresi (Ultras Bari sez.Milano ed Angeli della Sud) e donati ai rossoblù. Sul campo il Padova vinse 2-1, conquistando la salvezza. Ma non era finita: subito dopo la partita la CAF aprì un’inchiesta per una presunta combine proprio su Taranto-Padova. Lo scandalo viene tutt’oggi ricordato come “Illecito di Taranto”, o “Caso-Padova“, e portò alla retrocessione a tavolino dei biancoscudati in serie C. Torneremo in futuro ad occuparci dell’illecito di Taranto, ma rimane il fatto che quell’episodio venne percepito da molti come la chiara volontà di retrocedere il Padova per ripescare il Cagliari. E fece perdere a molti la voglia di tifare: oggi siamo più cinici e sappiamo bene che lo sport, ed il calcio in particolare, non è del tutto pulito; ma a quei tempi la gente nei valori dello sport ci credeva veramente…
L’illecito di Taranto rappresentò una mazzata per una piazza che si era appena riaffacciata al calcio che conta: la Curva Nord, ancora giovane come organizzazione, si ritrovò praticamente a dover ricominciare tutto da capo; mentre il centro di coordinamento serrò le fila ed iniziò a chiedere le dimissioni di Pilotto e di tutta la dirigenza. Domenica 29 settembre 1985, il CCCB organizzò il secondo sciopero della sua storia, in occasione di Padova-Prato. Obiettivo: chiedere le dimissioni di Tonino Pilotto e la cessione del pacchetto azionario a Marino Puggina. E vennero accontentati…

Gli anni ’90 e l’inizio dell’egemonia degli ultras

La curva padovana contro il Lecce nel 1984: si possono notare striscioni di ultras e di clubs fianco a fianco. Una tendenza che sparirà gradualmente negli anni 90

Come già accennato, il Centro Coordinamento Clubs Biancoscudati rimase un punto di riferimento importante per la tifoseria padovana almeno fino alla fine degli anni ’80. Fino a quando rimasero in sella i signori Ranzato, Merighi e Gobbin. Poi iniziò il declino. Contestualmente il movimento ultras di Padova conobbe uno sviluppo molto importante: il ricambio generazionale avvenuto nella seconda metà degli anni ’80 aveva portato alla ribalta i ragazzi di Piazza Cavour, che andarono a rimpiazzare i “vecchi” del Ghetto. Il nuovo gruppo era molto più organizzato e caparbio, tanto che si avvicinarono alla curva svariate compagnie provenienti da tutti i quartieri della città ed anche dalla provincia, che assumeva un ruolo sempre più importante negli equilibri della tifoseria. I primi anni ’90, con il Padova che lottava per la serie A ed il conseguente entusiasmo della piazza mescolato all’attivismo dei giovani della Piazza, fece si che i frequentatori della Curva Nord passassero da poche centinaia a diverse migliaia. In alcune partite erano presenti anche 3.000 ragazzi in curva nord, stipati come le sardine. Anche in trasferta si cominciò a vedere la differenza, e nel giro di poco tempo i partecipanti passarono dalle poche decine alle svariate centinaia, addirittura migliaia come in occasione degli esodi di Cremona e Lucca. Ma non solo: in quel periodo gli ultras biancoscudati iniziano a presentarsi regolarmente anche negli stadi del sud, mete tabù negli anni ’80 (con l’eccezione appunto di Taranto 1985); mentre in casa l’Appiani e le strade circostanti divennero terreno minato per qualsiasi tifoso avversario o gruppo ultras che prendesse sottogamba la trasferta nella Città del Santo.
Tutto questo ebbe una conseguenza per il Centro di Coordinamento: gli ultras divennero sempre più il vero riferimento della tifoseria, a scapito dei club che nella maggior parte dei casi cessarono la propria attività. Il CCCB dapprima perse una delle C iniziali diventando semplicemente Coordinamento Clubs Biancoscudati; poi con la promozione in serie A del 1994 si trasformò in AICB (Associazione Italiana Clubs Biancoscudati) modificando anche il proprio statuto per dare una sterzata all’ambiente, ma non tornò mai ai fasti degli anni ’80.

L’ultima spaccatura

Playoff di B 2009/10: fa bella mostra, sopra la Fattori, lo striscione dellUCB

Nel 1999, durante la disastrosa presidenza di Cesarino Viganò, si consuma l’ultima farsa: la spaccatura interna. In quel periodo, una parte dei clubs iscritti all’AICB vuole contestare Viganò ad oltranza, un’altra parte sostiene invece che non ha senso fare la guerra dal momento che sembra non ci sia nessun altro interessato a rilevare il Padova. La questione viene messa ai voti, passa la linea dei contestatori, ma molti non ci stanno e decidono per la scissione: nasce così l’Union Clubs Biancoscudati (UCB). Una divisione che andrà avanti per circa un decennio: praticamente a Padova dalla fine degli anni ’90 esistono due centri di coordinamento, ma è come se non ce ne fosse nemmeno uno! Nessuno dei due infatti è in grado di rappresentare una vera guida per i tifosi, e col tempo si riducono ad essere poco più che due gruppetti di persone che si accapigliano per le briciole. Con l’avvento della tessera del tifoso, l’UCB deciderà di mettere la parola fine alla propria esperienza, mentre l’AICB opterà per l’adesione.

La fine

Nell’estate del 2020 nasce Appartenenza Biancoscudata, che di fatto prenderà il posto dell’AICB. Appartenenza Biancoscudata ha una visione diversa del tifoso da stadio, meno compassato, meno imborghesito, meno portato a ragionare per compartimenti stagni secondo le ataviche divisioni Ultras/Clubs o semplice tifoso/militante; capace di unirsi in nome di un bene superiore che in questo caso è il Calcio Padova. Al momento in cui scriviamo gli stadi sono chiusi a causa del Covid, e l’AICB di fatto non è ancora sciolto. Tuttavia ci pare abbastanza ovvio pensare che le dinamiche in futuro andranno in una ben precisa direzione. Non vediamo alternative, francamente.
Cambieranno ancora una volta i nomi, le facce e le sigle; ma la storia del tifo biancoscudato andrà sempre avanti, nel bene e nel male.

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