Le origini del tifo padovano

A Padova il tifo ha origini antiche, dal momento che i primi gruppi di supporters nascono quasi in concomitanza con la fondazione del sodalizio biancoscudato. Con l’aiuto di testi come “Quarto Stadio”, “Biancoscudo – cent’anni di Calcio Padova”, ed “Il Padova Siamo Noi” (sulla storia degli ultras biancoscudati), siamo andati un pò a ricostruire gli albori del tifo nella nostra città, nella prima metà del secolo scorso, molti anni prima della nascita del Centro di Coordinamento e degli Ultras. Ci ripromettiamo comunque di approfondire l’argomento più avanti

La “folla” del Comunale.

Padova-Genoa 1921, notare il pubblico che riempie la tribuna del Comunale

Il 13 febbraio 1916, a sei anni dalla sua nascita, l’Associazione Calcio Padova inaugura lo Stadio Comunale, ribattezzato “Stadium“, in via Carducci, ossia quell’impianto che oggi è conosciuto come “Velodromo Monti”. Per la cerimonia si sceglie un basso profilo: nessun preavviso, zero cerimonie (Chissà, probabilmente anche l’assenza di visione e l’incapacità di fare marketing sono aspetti tradizionali legati al Calcio Padova!). Tuttavia la voce si diffonde ugualmente in città, e numerosi tifosi accorrono al campo (Un tempo, per indicare l’azione di andare allo stadio, a Padova si diceva “Andiamo al campo!”). Sette giorni più tardi, il Padova disputa la sua prima partita allo Stadium, superando per 4-0 l’Hellas Verona: le cronache dell’epoca parlano della presenza di “un grande pubblico” per assistere al match.
Sono anni pionieristici per il calcio italiano, ma l’interesse del pubblico cresce giorno dopo giorno. Anche a Padova: il giorno di Natale del 1919, infatti, l’Associazione Calcio Padova disputa un’amichevole “internazionale” contro gli svizzeri dello Young Boys. Alla partita assisterà una vera e propria “folla record”, migliaia di appassionati padovani…

Il derby col Petrarca e le prime rivalità

Il primo, vero derby calcistico per i biancoscudati è la stracittadina contro i rivali del Petrarca. E proprio i sostenitori del Petrarca sono i protagonisti del primo, “caldo” pomeriggio calcistico in città: è il 20 marzo 1921, ed al Centro Sportivo Tre Pini (che sorgeva in Prato della Valle, dove oggi c’è la parte nuova dell’Orto Botanico, fino ai primi anni ’90) arriva il Bentegodi Verona. Durante il match scoppiano gravi incidenti sugli spalti fra i sostenitori delle due squadre, che continuano anche fuori dell’impianto al termine della partita. Vengono esplosi addirittura una trentina di colpi di arma da fuoco, che finiscono col ferire due tifosi padovani di 15 e 12 anni! La stessa Bentegodi Verona emetterà un comunicato stampa che descrive così la situazione: “Il pubblico padovano è in genere alquanto intollerante in casa propria verso avver­sari, ospiti e sostenitori. Durante la partita vi fu un vivace scambio di ingiurie e i pa­dovani, mal tolleranti, pretesero l’espulsione dei veronesi. Non contenti di aver cac­ciato con forza brutale dal campo i supporters bentegodini, numerosi tra i più scal­manati padovani si diedero a un inseguimento bestiale dei fuggiaschi, e fu in questa biasimevole circostanza che, più per scopo di intimidazione, furono sparati alcuni colpi di rivoltella, quasi tutti in aria. Senonchè essendo rimasto ferito disgraziatamente uno dei più accaniti inseguitori, la violenza dei padovani non ebbe limite al­cuno, rivolgendosi essa contro l’autobus che aveva servito da trasporto ai supporters veronesi e contro chiunque sapeva o aveva il torto di essere veronese“.
Tali Incidenti che avranno delle ripercussioni anche sul Padova, dal momento che a seguito di questi il questore ordina l’annullamento del derby fra Padova e Petrarca, in programma quattro giorni dopo allo Stadium!
Peraltro non fu nemmeno il primo caso di cronaca legata al calcio nella nostra città: cinque anni prima, proprio durante un derby fra Padova e Petrarca, l’arbitro Barbon di Venezia fu costretto a rifugiarsi all’interno dell’istituto scolastico di via Belzoni (attiguo al Campo Sportivo “Petron”, dove il Padova disputò le prime partite casalinghe della sua storia) per sfuggire all’ira dei tifosi petrarchini dopo aver espulso due giocatori della formazione ospite. E lo stesso anno, di ritorno dalla trasferta di Brescia, il treno che trasportava i giocatori e dirigenti dell’A.C. Padova venne preso di mira da una fitta sassaiola da parte dei sostenitori bresciani: diversi vetri andarono in frantumi, e per tutta risposta il presidente Vianello raccolse ironicamente alcuni pezzi per tenerli come ricordo della trasferta…

Un pubblico sempre più “caldo”…

Nel corso degli anni ’20, il seguito di tifosi dell’A.C. Padova cresce ulteriormente, andando ad abbracciare le classi sociali meno abbienti (il calcio era nato come passatempo per rampolli dell’alta borghesia). Il tifo diventa sempre più “caldo”, e di conseguenza la società biancoscudata si ritrova sempre più spesso a dover pagare multe e sanzioni. Ad esempio il 19 marzo 1922, in occasione della gara fra Torino e Padova, un intervento su Aldo Fagiuoli da il là sugli spalti ad una rissa fra tifosi delle due squadre. Nello stesso anno, il 20 settembre, l’aumento del prezzo del biglietto d’ingresso allo Stadium a 8 lire per il derby contro il Petrarca, scatena veementi proteste da parte del pubblico. E sempre a proposito di “proteste eclatanti”, in quel periodo un gruppo di tifosi padovani intercetta ed incendia il carico di “Gazzette dello Sport” destinato alla Città del Santo; come rimostranza per i giudizi poco lusinghieri da parte del giornale per l’unidici biancoscudato.
Ma gli episodi più numerosi riguardano il trattamento non sempre da “gentleman” che viene riservato agli arbitri, tanto che nel maggio 1924 la Lega Nord (l’allora lega calcistica a cui erano affiliate le squadre del Nord Italia) invia un richiamo ufficiale al Padova per il contegno del pubblico e lo invita ad una maggiore osservanza del comportamento nei confronti dei direttori di gara…

Gli esordi all’Appiani

19 ottobre 1924: la tribuna in legno dell’Appiani, stracolma, durante il match con l’Andrea Doria

Il 19 ottobre 1924 viene inaugurato il nuovo Stadio Comunale, intitolato a Silvio Appiani, giovane capitano dell’A.C. Padova scomparso sul Carso durante la Grande Guerra. L’impianto ha inizialmente una capienza di 9.800 posti e fa registrare spesso in quegli anni il “tutto esaurito”.
La presenza di un’impianto da gioco più moderno, tuttavia, non frena i “bollenti spiriti” dei tifosi padovani, che si distinguono nel dicembre 1925 per aver cercato di aggredire l’arbitro dopo la partita casalinga contro la Cremonese. Ed ancora, nell’ottobre 1926 il Padova verrà multato di 3.000 lire per il comportamento dei propri tifosi, che avevano accolto i giocatori dell’Andrea Doria con lancio di sassi allo scopo di intimidirli; mentre a seguito di Padova-Milan del 28 novembre la multa è addirittura di 5.000 lire, a seguito del comportamento del pubblico nei confronti dell’arbitro e dell’inerzia dei dirigenti nel frenare le intemperanze. Questa volta però succede un fatto alquanto singolare: i tifosi, colpevoli degli incidenti, decidono di sdebitarsi pagando loro la multa, raccogliendo i soldi attraverso una sottoscrizione popolare! Rende l’idea su quanto anche i tifosi abbiano presso coscienza di se stessi… E del resto, in quel periodo anche le società cominciano a capire l’importanza dei tifosi.

La nascita de “La Rumorosa”, il primo club biancoscudato

I membri de “La Rumorosa” in direzione dello Stadio Appiani

Negli anni ’20 e ’30 del secolo scorso, i primi ritrovi dei tifosi biancoscudati furono la Birreria Pilsen in Piazza Spalato (l’attuale Piazza Insurrezione); ma soprattutto il Bar Missaglia in via Santa Sofia, locale che per anni ha rappresentato un vero e proprio “covo” per gli appassionati cittadini. E proprio da Missaglia, il 2 marzo 1930 venne alla luce “La Rumorosa”, il primo club di tifosi ufficialmente riconosciuto dal Calcio Padova!
I membri del club erano quasi tutti di estrazione operaia, e si impegnarono sin dall’inizio a sostenere i calciatori biancoscudati sia in casa che in trasferta. La curiosità del loro nome derivava da un carrettino trainato dai cavalli, da cui spuntavano strumenti musicali di ogni genere (trombe, clacson, raganelle, ecc), che accompagnava i tifosi a tutte le partite: la domenica subito dopo pranzo, ritrovo da Missaglia e via, tutti dietro al carretto. Una “carovana rumorosa” appunto, che ispirò i tifosi.
L’attività de “La Rumorosa” continuò anche dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando il ritorno alla normalità fece si che la gente tornasse anche ad affollare gli stadi, per lasciarsi alle spalle gli orrori del conflitto bellico…

In trasferta col camion

Curiosa anche l’organizzazione delle trasferte, quasi sempre organizzate dalla società, che si svolgevano rigorosamente a bordo di camion scoperti, di quelli adibiti al trasporto di militari. In occasione della trasferta di Reggio Emilia nel 1946, furono riempiti ben 13 camion di tifosi, al costo di 200 lire a persona (non proprio un’inezia per quegli anni).
Nel giugno 1948, in occasione della penultima trasferta di campionato a Suzzarra, un Padova in piena corsa per la promozione in serie A viene seguito da centinaia di tifosi, organizzati per la prima volta in pullman doppi. Sono le prime “trasferte organizzate” del tifo padovano, che porteranno fortuna dal momento che il Padova, sette giorni più tardi, festeggerà la promozione superando l’Hellas Verona nello scontro diretto all’Appiani.

Gli anni di Nereo Mussa.

In quello che è considerato “il periodo d’oro” per antonomasia del calcio padovano, ossia gli anni di Nereo Rocco e dei “Panzer”, non esisteva una forma di tifo organizzato: La Rumorosa aveva chiuso i battenti, la città seguiva in massa e con grande trasporto, ma senza organizzazione. E non che il tifo fosse meno caldo: Nereo Rocco, la domenica mattina, portava i suoi giocatori a messa al Santo; poi a pranzo da Cavalca, di fianco l’Appiani. Tutto a piedi, per far respirare ai suoi l’atmosfera del tifo in città, e caricarli a dovere. Ed anche le multe e le squalifiche del campo per “eccesso di passione” non tardarono ad arrivare. Solo che, a differenza del passato e di ciò che sarà in futuro, non c’era nessun sodalizio di tifosi a tirare le fila.
C’erano però dei personaggi particolari, uno su tutti viene nominato ancora oggi: Nereo Mussa! In realtà, il signore in questione si chiamava Nereo Garbo, ed era un personaggio molto noto sia nelle piazze che allo stadio. Stazza gigantesca per l’epoca, vestito con una maglia a righe orizzontali bianche e azzurre e “armato” di ombrello con punta in ferro; Nereo si presentava all’Appiani per primo, e veniva fatto entrare gratis. Durante i novanta minuti, correva su e giù per le gradinate ad incitare la squadra in campo, spendendo fiato ed energie. E non disdegnava di intimorire anche l’arbitro ed i giocatori della squadra avversaria: una delle sue abitudini, per esempio, era di “infilzare” le natiche con la punta di ferro del suo ombrello qualsiasi malcapitato avversario che si azzardasse a battere una rimessa laterale sotto la gradinata. Gli arbitri invece, sovente venivano presi a male parole, con quel sarcasmo tutto padovano che è sempre stato l’anima della nostra città: al signor Jonni di Macerata, per esempio, si mise a gridare: “Te ghe pì corni in testa ti che un sestèo de bovoi!”, ovviamente accompagnato dalle grasse risate e dall’ovazione del pubblico.
Ovviamente c’era anche il suo “anti”, ovvero un personaggio che tutti chiamavano “l’innominato”, con la fama di iettatore, che ricevette una vera e propria “diffida” dai tifosi a presentarsi all’Appiani. Per meglio conoscere le loro storie vi rimando ad un articolo pubblicato dal Mattino di Padova poco tempo fa.


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