Il calcio perde il suo ultimo poeta: El Trinche!

Cèsar Menotti, c.t. dell’Argentina campione del mondo nel 1978, lo definì “il più grande centrocampista che abbia mai visto giocare”; un’altro celebre campione del mondo argentino, Jorge Valdano, per anni centravanti del Real Madrid ed oggi scrittore di calcio, lo definì “fuoriclasse assoluto, capitato nel posto sbagliato al momento giusto. Addirittura Diego Armando Maradona, quando arrivò a Rosario nel 1993 per giocare nel Newell’s Old Boys, replicò ad un giornalista che l’aveva definito “il più grande giocatore mai capitato a Rosario”, che il più grande giocatore mai capitato a Rosario era Tomàs Felipe Carlovich, detto “El Trinche”.
Ma “El Trinche” non giocò mai in Nazionale, non esistono video delle sue performance su Youtube, non conobbe mai nemmeno la serie A argentina. Due i suoi grandi amori calcistici: l’Independiente Rivadavia (nulla a che vedere con il blasonato Independiente di Avellaneda, una delle cinque grandi squadre d’Argentina), ed il Central Cordoba, squadra di terza divisione con cui ha ottenuto i risultati migliori della sua carriera. Perchè Tomàs Carlovich era fatto così: non amava svegliarsi presto la mattina ed odiava i rigidi allenamenti. Giocava a calcio per il piacere di farlo, e non voleva allontanarsi troppo da Rosario, dove c’erano i suoi affetti, la sua famiglia, il bar che frequentava con gli amici e Vasco Artiola, il suo migliore amico, colui che gli aveva insegnato a colpire il pallone da ragazzino e con il quale trascorreva intere giornate a pesca parlando di calcio. Eppure lo cercò anche il Milan, ed addirittura Pelè quando finì a chiudere la carriera nei Cosmos di New York, gli scrisse una lunga lettera, quasi da innamorato, per convincerlo a prendere la strada degli States. Gli americani l’avrebbero ricoperto d’oro. Ma era un cambio di vita che “El Trinche” non voleva accettare…

Nato a Belgrano da una famiglia di immigrati croati, ultimo di sette fratelli, Tomàs Carlovich ebbe come unico giocattolo da bambino la “pelota”, una palla per giocare a calcio, con la quale iniziò la sua leggenda per le strade polverose del Barrio General San Martin meglio noto anche come “La Tablada”. Ed è in quelle partitelle di quartiere che nasce il suo soprannome, “El Trincha”, da “El trinchador”, l’intagliatore, per il modo in cui “tagliava” le difese avversarie.

El Trinche alterna il lavoro in catena di montaggio al calcio, fino ai 22 anni quando entra nella prima squadra del Rosario Central. Subito si fa notare per le sue eccelse doti tecniche, ma anche per l’indolenza. Non era raro infatti, quando la squadra avversaria serrava le marcature, vederlo sedersi sul pallone con aria riflessiva, “per riposare un pò”, come racconterà anni dopo ad un cronista…
Con le “Canayas” disputa giusto qualche partita, poi gioca col Flandria e con l’Independiente di Rivadavia fino a quando non approda al Central Cordoba, terza squadra di Rosario, abituata a fare la spola fra seconda e terza divisione. Qui avviene la sua consacrazione a leggenda, in quanto El Trinche riesce a stabilire un rapporto particolare col pubblico, che gremisce lo stadio “Gabino Sosa” solo per assistere ai suoi numeri: un giorno, un tifoso dagli spalti incita Tomàs a fare il doppio tunnel. E lui l’accontenta, muovendo la palla prima in avanti e poi indietro. Il “caño doble” che diventerà il suo marchio di fabbrica: sembra che addirittura i dirigenti del Central gli pagassero uno speciale bonus di mille dollari per ogni doppio tunnel che riuscisse ad eseguire nel corso della partita.

Nel 1974 la Nazionale argentina, in vista dei mondiali in Germania, gioca un’amichevole a Rosario contro una selezione di giocatori locali. El Trinche è l’unico fra i selezionati di Rosario a giocare in terza divisione, eppure parte titolare con la maglia numero 5, e per tutto il primo tempo fa letteralmente ammattire i più blasonati colleghi dell’Albiceleste. Primo tempo che si chiude sul punteggio di 3-0 per la selezione di Rosario. E proprio durante l’intervallo si consuma un episodio che contribuirà ad alimentare la sua leggenda: l’allenatore dell’Argentina Vladislao Cap, chiede al suo collega “per favore” di far uscire Carlovich, che stava letteralmente umiliando i suoi giocatori. Per la cronaca, la partita finì poi 3-1 per la selezione di Rosario, e Carlovich venne sostituito dopo 15 minuti della ripresa, risparmiando così all’albiceleste una vera e propria crisi di nervi.

Successivamente El Trinche conoscerà anche la serie A, prima al Rosario Centràl e poi al Colòn di Santa Fè, dove però verrà spesso rallentato dagli infortuni e da un fastidio all’anca che non gli dà tregua.
Disputò poi una stagione eccellente al Deportivo Maipù, piccola squadra della provincia di Mendoza, ma gli oltre mille chilometri che lo dividevano dalla nativa Rosario erano un ostacolo troppo grande da superare. Si narra che in occasione di una partita, per non perdere il treno che l’avrebbe portato a Rosario per il fine settimana, si fece espellere alla fine del primo tempo!
Tornò quindi al Central Cordoba, che trascinò alla promozione nella seconda divisione nel 1982, ed in cui chiuse la carriera nel 1986.

Fra i suoi numerosi estimatori c’era anche Cèsar Menotti, c.t. della Nazionale che avrebbe affrontato i mondiali del 1978 in casa. Menotti si trovò ben presto senza il suo pupillo Jorge Carrascosa, capitano di quella nazionale, che essendo contrario alla dittatura militare instauratasi nel paese, finse un’infortunio. Volle allora fare un tentativo per portare con se Carlovich: “Vieni a Buenos Aires, facciamo quattro chiacchiere e un provino e magari giochi i Mondiali con noi”. Carlovich decise di accettare, e partì in macchina dalla sua Rosario. Ma per strada trovò un laghetto pieno di trote, e decise di fermarsi a pescare. Tanto che si fece sera e si dimenticò del provino. Avrebbe potuto entrare nella leggenda da vincente, invece scelse di essere semplicemente Tomàs Carlovich, El Trinche da Rosario.

El Trinche ci ha lasciati ieri mattina a 71 anni, dopo tre giorni di coma: era stato aggredito da due giovani balordi che volevano rubargli la bicicletta, e nel cadere aveva battuto la testa. Grande la commozione del mondo del calcio argentino, Maradona in testa, che ha twittato le seguenti parole: “Non ci posso credere, ti ho conosciuto poco fa e già te ne sei andato. Le mie più sentite condoglianze alla tua famiglia, speriamo che sia fatta giustizia. Riposa in pace, maestro”.

A noi, la leggenda de El Trinche ricordava quella di un altro grande “artista” del pallone come Ezio Vendrame, che guarda caso ci ha lasciati appena un mese fa. Genio e sregolatezza, personaggi il cui mito ha superato anche il numero di trofei vinti. Gente come non ne nasce più. Fai buon viaggio Trincha!

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